Tour Agosto (Francia)

 

Inizialmente l’idea per queste vacanze 2010 era di andare in tutt’altro posto, ma alcuni fatti mi hanno fatto cambiare destinazione.

Dirò solo che non potevo certo perdermi il ritorno sulla scena biker europea di un evento come il Free Wheels, ne mancare alle esibizioni live di Twisted Sister e Motorhead, le due band headliners dell’evento.

 

Il giorno della partenza, il 5 agosto, il tempo sul nord Italia è pessimo, già non è un buon inizio.

Questo fatto, mi mette di cattivo umore, ho bisogno di girare, di macinare chilometri per togliermi di dosso le menate degli ultimi mesi ed ecco che quando arrivano le ferie il tempo si mette al peggio.

Nemmeno voglio rimandare la partenza in quando ho preso apposta due giorni di ferie in più per gustarmi il viaggio di andata sui passi alpini.

Su Pavia piove intensamente dal primo mattino, ma verso la tarda mattinata c’è uno spiraglio, almeno smette di piovere e ne approfitto per partire.
Raggiungo l’autostrada a Stradella incontrando solo qualche debole pioggerellina, ma il cielo rimane grigio.

Imbocco l’autostrada ma la forza dell’abitudine mi fa prendere la direzione Piacenza.

La prima uscita è Castel S.Giovanni, circa 15 Km più ad est, il che significa percorrere 30 km in più sull’itinerario, non sarebbe nemmeno tanto ma vado proprio ad infilarmi nella perturbazione che si sta spostando velocemente verso est, mentre ad ovest il cielo comincia a schiarire.

Purtroppo non c’è scelta, le nubi incombono basse e nere sull’autostrada ed io sto andando proprio a buttarmici sotto.

Penso che se si dovesse scatenare il temporale che un tale scenario minaccia sarei costretto a fermarmi aggiungendo ritardo e problemi ad un viaggio appena cominciato.

Arrivo a Castel S, Giovanni ed inverto la rotta proprio mentre scendono le prima gocce di pioggia, ma riesco ad uscire dalla perturbazione senza problemi.

Da quì mi fermerò solo per una sosta carburante a Torino, nella quale approfitto anche per avvertire casa che il viaggio prosegue per il meglio.

Il tratto autostradale nei presi di Torino è davvero scandaloso per i continui pedaggi, sia intermini “stop and go” ai caselli, (e meno male che non c’è coda), che economicamente.

Il peggio lo si raggiunge con l’autostrada costruita per giochi olimpici invernali del 2006, sono passati oltre quattro anni, ma ancora un enorme cartello, ormai sbiadito, campeggia a memoria dell’evento ed è un’altra buona scusa per spillar quattrini.

 

 

Lascio l’autostrada a Susa e mi dirigo verso il confine francese, inerpicandomi su per il Col du Mont Cenis.

Incrocio tanti motociclisti che scendono dal Moncenisio, quasi tutti indossano la tuta anti pioggia, il cielo è grigio ma non dei peggiori, così spero in bene e vado avanti.

Valicare il Moncenisio mi spalanca spettacolari scenari di alta montagna ma mi fa affrontare anche temperature piuttosto basse e qualche goccia di pioggia e fin qui non è un problema.

Il Problema è dato dal vento piuttosto forte che mi fa sbandare e quando hai a che fare con tornanti e strapiombi non è piacevole, specie con la moto carica.

Il tutto rende questo tratto di strada piuttosto faticoso, anche quando durante la discesa le condizioni meteo sono decisamente più abbordabili, dato che ormai sono teso e stanco.

Sceso dal Moncenisio svolto verso sud-ovest, passo Lanslebourg e Modane, poi faccio una sosta in un paesino di cui non ricordo il nome per rifocillarmi con un paio di baguettes, dal mattino ho nello stomaco solo un biscotto ed una tazza di te.

Questa sera mi fermo piuttosto presto, verso le 18, a St. Michel de Maurienne.

Pernotto in un albergo discreto ma un po’ caro e ceno in un ristorante nel centro del paesino con un bel piatto di Agnello, insalata, patate fritte e formaggi misti, innaffiati da vino rosso locale, caro e non eccezionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

St. Michel de Murienne è la base ideale  per partire alla scalata del Col du Telegraph e Col du Galibier, ma ieri ho già fatto un indigestione di tornanti e alta montagna, per cui preferisco tirare dritto, anche se la via attraverso i passi sarebbe a questo punto la più breve.

Non faccio i passi ma nemmeno mi immetto subito in autostrada qualche concessione al piacere del viaggio, alla scoperta di piccoli paesini e anonimi angoli di un paese bisogna pur concederla.

Su strade statali mi dirigo verso nord, per Chambery.

Lungo la strada vengo superato da un gruppo di Hells Angles Italy, diretti anche loro al Free Wheels.

Dovrei fare benzina ma dove mi fermo il distributore legato ad un piccolo supermarket è automatico ed accetta solo carte di credito francesi, però sono ormai in riserva così mi tocca entrare e chiamare una commessa che viene con una sua carta, pagherò poi alla cassa il conto del carburante, un sistema scomodo che incontrerò più d’una volta lungo il mio viaggio.

Il paesaggio si fa sempre più piacevole e raggiunge il culmine al Lac du Bourget, in vista del quale mi fermo per pranzare con un’ottima ed abbondante insalata.

Mentre sto pranzando passa un altro gruppo di Hells Italiani, dal mio tavolo alzo la mano in segno di saluto e qualcuno risponde.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riprendo la via in direzione Lione, dove ho intensione di imboccare l’autostrada.

Viaggio sempre tranquillamente su statali, purtroppo una deviazione e la segnaletica approssimativa mi fanno andare qualche decina di Km a nord di Lione, in tutto il viaggio avrò modo di notare come la segnaletica in Francia non sia delle migliori.

Le strade e i paesaggi sono sempre piacevoli ma ormai è metà pomeriggio, sono in sella dal mattino e mancano ancora oltre 170 Km alla metà.

Comincia venirmi fretta anche perchè non vorrei arrivare al raduno dopo il calar del sole.

Poco prima di Lione entro in autostrada, questo però è un nodo autostradale importante e incontro alcuni km di coda, riesco un po’ sgusciare tra le auto e i camion ma vengo comunque molto rallentato e scaldo l’ormai attempata frizione del California.

Mi dirigo verso St. Etienne e da qui verso Clermont Ferrand, ora viaggio spedito ma il caldo e la stanchezza di una giornata in sella cominciano a farsi sentire, alla sosta carburante mi scolo una lattina di Red Bull.

A Thriers, circa quaranta Km prima di Clermont Ferrand lascio l’autostrada e mi dirigo a Sud verso Courpiere ed il Free Wheels 2010.

 

 

 

 

 

 

 

 

Incontro sempre più bikers man mano che mi avvicino al paesino di Courpiere, noto però che praticamente nessuno risponde al saluto, mentre per tutto il viaggio i “motard” salutavano sempre, forse quì è talmente normale vedere altri motociclisti che nemmeno ci si fa più caso.

Le code di moto cominciano prima di entrare in Courpier, poi ancora alla rotonda che dal paese conduce al raduno, qui addirittura è la gendarmerie insieme ad alcuni bikers a gestire il traffico.

Infine un’altra mezzora almeno di coda sotto al sole e coi motori accesi solamente per accedere al parcheggio dove lasciare la moto in attesa di pagare il biglietto d’ingresso.

Questa non è una critica ma un semplice racconto dei fatti, del resto credo che con una tale affluenza non poteva andare diversamente, anzi l’afflusso è stato gestito bene.

Comincio a sentire degli strani scoppiettii, penso provenga  da qualche vecchia Harley intorno a me ed invece è la mia Guzzi.

La fascetta che tiene il collettore tra iniettore e cilindro si è allentata ed ora la moto aspira aria e scoppietta un casino.

Parcheggio e mi chino a valutare l’imprevisto, sarebbe una sciocchezza da sistemare, ma non ora col motore rovente.

Come se non bastasse avverto un forte odore di bruciato, che sarà mai? Dipenderà dal motore che aspira aria? Avrò bruciato una valvola o peggio?

Non resta che contattare l’esperto in linea.

Tony mi rassicura che non deve trattarsi di nulla più che un surriscaldamento della frizione, così è in effetti, ma rimango piuttosto preoccupato e mi sembra pure che la frizione stacchi troppo avanti, tanto da imballare.

Così lascio la moto nel vialetto d’entrata in balia del traffico e della polvere.

Mi accendo un toscano per rilassarmi e trafelato col sigaro in bocca entro nella biglietteria, mi avvicino al tavolo e chiedo: “for the ticket is here?” un Hells Angels francese sorride e mi risponde “Yes… give me the money”

Questo è il primo esempio in cui posso notare che la gestione del Free Wheels non è torva come avevo sentito in tanti racconti.

Ora viene la parte più dura, scarico i bagagli e con il saccone in spalla ed il casco e giubbotto in mano mi accingo a cercare un posto per campeggiare.

L’area camping è già molto affollata e devo fare parecchia strada per trovare un posto libero, non è esattamente una passeggiata.

Monto la tenda in campo di grano mietuto, polveroso ed assolato, siamo in molti a campeggiare quì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È l’imbrunire quando ridiscendo nella zona festa, dopo una sciacquata sommaria vado a cena.

Gli organizzatori gestiscono la birra, l’acqua e le bibite, per la ristorazione ci sono degli stand di privati, ora molto affollati.

Ceno con una salsiccia in umido con cipolle nello stand che mi pare meno affollato.

Dopo cena caffè e poi un sigaro tranquillamente seduto nel prato di fronte al palco, devo rilassarmi un po’ prima del concerto, questa sera sono di scena i Twisted Sister.

Dee Snider e compagni, pur apprezzandoli da anni, non li avevo mai visti dal vivo, devo dire che nonostante l’età media si aggiri oltre i 55 anni, sono stati davvero spettacolari.

Avendo in mente i vecchio video e copertine degli album non tutti erano perfettamente riconoscibili, anche per qualche chilo in più e poi in questo show non hanno usato il pesante trucco che storicamente li contraddistingueva, forse lo considerano troppo da glamster anni ’80.

Dee Snider comunque è apparso davvero in gran forma, ha sprigionato un energia selvaggia correndo, saltando per il palco ed intrattenendo il pubblico.

In particolare ho apprezzato le cover di “Born to be wild” in omaggio alla natura biker dell’evento e di “Long live rock ‘n’ roll” in memoria del grande Ronnie James Dio.

Finito lo show risalgo la collina e mi rifugio nella mia tenda, quella notte farà parecchio freddo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato mattina dopo colazione mi dedico alla moto, sistemo il collettore dell’iniezione e stringo le fascette, poi provo ad accenderla, la frizione pare rispondere bene, probabilmente è stata solo una scaldata aggravata dai chilometri che la parte meccanica ha sul groppone.

Riposiziono la moto in modo più sicuro ma senza allontanarmi dalla zona ingresso, tutto sommato qui è stata al sicuro ed è comodo avere un punto di appoggio con borse chiuse a portata di mano.

Anche oggi il sole splende sul Free Wheels o meglio picchia duro, ma una brezza leggera e costante rende il caldo sopportabile, tanto che resto al sole per parecchio tempo arrostendomi un po’ tempo di sera avrò il segno bianco degli occhiali come una mascherina sul volto.

Passo la giornata gironzolando per il raduno, gustandomi le esibizioni degli stuntman e le gare di monobike, curiosando tra gli stand, il bike show e gli altri mezzi presenti, chiacchierando qua e là, riposandomi sulla collinetta ombreggiata al fianco dell’ingresso, oppure gustandomi una birra ed un mezzo toscano al Bar des As, bar sopraelevato da cui si gode una vista che spazia su tutta l’area.

Per pranzo mi prendo un quarto di pollo alla griglia, in uno dei tanti stand gastronomici, accompagnandolo con un bicchiere di vino rosè, molto usato in Francia.

Verso il tardo pomeriggio c’è lo spettacolo di maglietta bagnata, nonostante lo veda da grande distanza è davvero notevole, le tipe si scaldano, magliette bagnate volano via, insieme agli altri indumenti e le allegre signorine danno vita a teatrini piuttosto hot.

Dopo questo gustoso spettacolo incontro i Laghèe, coi quali avevo appuntamento, ci beviamo qualche birra, ceniamo insieme col solito pollo, insalata, vin rosè e anguria, e tiriamo tardi, li ringrazio ancora per la compagnia.

A serata inoltrata la zona antistante il grande palco si affolla all’inverosimile è la volta dei Motorhead.

Mi infilo nella calca, è buio, le uniche luci provengono dal palco, dagli stand gastronomici proviene fumo e odore di pietanze varie ora a stomaco pieno piuttosto nauseante, un elicottero da cui proviene un fascio di luce sorvola basso la folla, mi vengono in mente le scene apocalittiche del futuro immaginario di Terminator.

Poi la folla ha un fremito, i Motorhead salgono sul palco, non li vedevo dal vivo dal ’97.

Lemmy, esordisce: “Good night… Bonsoir. We are Motorhead, and we play rock ‘n’ roll!”

Ed è questo che il vecchio Lemmy Kilmister fa 50 anni! Un fenomeno probabilmente unico nel mondo del rock e non solo, nato nel 1945, roadie di Jimi Hendrix,  passato attraverso una manciata di band minori e due mostri sacri come Hawkwind e soprattutto Motorhead, con questi ultimi è l’idolo dei metal kids da 35 anni, nonostante gli innumerevoli cambi di line-up e le generazioni di fans che si sono susseguite, Lemmy è sempre lì, un icona nell’immaginario di ogni metallaro, statuario in mezzo al palco nella sua inconfondibile posa, testa reclinata all’indietro e basso tra le mani.

Non posso fare ameno di subire il fascino di questa band mentre la folla la inneggia e gli ampli scuotono l’aria tanto che mi sento tremare perfino gli abiti addosso.

A dirla tutta a forse sono stati un po’ freddi e nel confronto ho preferito i Twisted Sister, però i Motorhead sono sempre un evento.

Mi ritiro poco dopo il concerto ma non prima di aver visto lo spettacolo pirotecnico che celebra ulteriormente una manifestazione riuscita alla grande.

La domenica il raduno non finisce certo dopo il caffè, ci sono ancora attrazioni e concerti fino a pomeriggio inoltrato, oltre ovviamente agli stand ed alla ristorazione, ma io sono piuttosto stanco e non vedo l’ora di mettermi in viaggio e trovare un albergo tranquillo dove togliermi di dosso la polvere, il sudore e la stanchezza di due giorni vissuti in pieno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voglio fare ora qualche considerazione su questo Freee Wheels 2010.

Sicuramente è un evento eccezionale per dimensioni ed afflusso, questo lo rende di certo meno vivibile di un piccolo raduno, ad esempio l’area campeggio era tutta al sole e per di più in gran parte su campi polverosi, ma non è possibile fare altrimenti avendo a che fare con una tale moltitudine.

Non si può avere la tenda portata di mano mentre si è al raduno e i servizi igienici possono essere lontani, ma sono difetti inevitabili in un evento così grande.

Per contro dove si poteva fare gli organizzatori hanno lavorato al meglio.

Ci sono stati spettacoli e concerti praticamente di continuo per tre giorni, moltissimi stand di articoli biker e motociclistici, abbondanti stand gastronomici a prezzi popolari, diversi stand per birra e bevande varie, dove anche nei momenti di maggior ressa non era mai necessario attende troppo per essere serviti, servizi igienici adeguati e sempre tenuti discretamente puliti e in ordine.

Aggiungo che avevo sentito diversi racconti dipingere il Free Wheels  come un raduno torvo e violento.

Forse lo è stato in passato ma devo dire che quest’anno non ho visto nulla del genere, gli organizzatori ed i vari supporter che aiutavano erano tutti gentili e educati.

C’erano ovviamente delle regole, inevitabili per gestire al meglio una manifestazione di tale portata ma erano applicate con cortesia.

Il costo d’ingresso è una nota dolente, 100 euro, uno sproposito per me che sono solito preferire i raduni free entry e che storco il naso se devo pagare anche solo 10 euro.

Va però detto che il salato biglietto era compensato dal livello degli spettacoli.

Se fossi andato ai concerti di Twisted Sister e Motorhead singolarmente, avrei speso probabilmente la stessa cifra se non di più, però quì tale cifra comprendeva molti altri concerti e attrazioni.

Questo ovviamente se vi interessano le band in scaletta, diversamente se vi basta un qualsiasi sottofondo musicale allora forse il costo è meno giustificato.

Una presenza al Free Wheels vale comunque la pena per spettacolarità dell’evento.

In capo all’area festa su tutto domina il grande palco, sormontato dallo striscione recante la scritta “HELLS ANGELS MC WORLD” affiancata da due teschi alati.

Si può approvarli o meno, io stesso non mi riconosco totalmente nel loro modo di essere biker, ma quì si sente la loro grandezza.

Vi sono stand di merchandising e membri di charter da tutto il mondo davvero si ha la sensazione che questo sia il più grande club motociclistico del mondo.

 

 

È  la tarda mattinata quando lascio il Free Wheels, per uscire dall’area del raduno c’è ancora abbastanza traffico almeno fino in centro a Courpiere, poi il viaggio inizia veramente, rilassato tra panorami sempre stupendi.

Scendo verso sud attraversando il parco di Livradois e il Massiccio Centrale, per molti km continuo ad incontrare motociclisti che probabilmente tornano a casa dal raduno, anche questo la dice lunga su quanto afflusso ha avuto la manifestazione.

Per pranzo mi fermo in un anonimo paesino lungo la strada, presso un bel ristorantino dove però un signore da solo corre come un matto per preparare in cucina e prendere le ordinazioni, così mi tocca aspettare un bel po’ per una semplice insalata ed un quarto di vin rosè.

Dopo pranzo riprendo la strada, passo dalla città di Le Puy en Velay, dalla strada si possono ammirare gli spettacolari coni vulcanici, sormontati, l’uno da una cappella, l’altro dalla statua di Notre Dame de France, meriterebbero una foto ma sono stanco e voglio proseguire, tra l’altro non è sempre facile fermarsi nel traffico così mi limito ad ammirarli passando, (la foto qui riportata è stata presa da internet N.d.A.).

 

 

Oggi mi fermo abbastanza presto, non oltre metà pomeriggio nel paesino di Pradelles.

Doccia e poi relax fino a sera, poco prima di cena gironzolo un po’ per le caratteristiche viette con vecchie case in pietra.

Pradelles è situato piuttosto in alto e dal suo perimetro si possono ammirare stupendi panorami su verdi vallate.

Questa sera mi concedo una cena abbondante, antipasto di affettati locali, anatra arrosto, formaggi misti, dessert, il tutto annaffiato da un litro di rosè, per finire caffè e ammazzacaffè locale, poi ancora mezzo sigaro ed un quarto di rosè chiacchierando con un motociclista svizzero di passaggio.

Con lo svizzero non ci capiamo benissimo ma mi sembra di intendere che è avrebbe voluto fare il Col du Galibier, uno dei due passi che avrei dovuto fare pure io il venerdì, ma sulla cima nevicava, ringrazio il cielo di aver evitato quella strada.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì mattina mi rimetto in viaggio, scendo verso sud-oves.

Passo Mende e poco dopo devio per la Gole del Tarn, (Gorges du Tarn).

La strada dapprima sale parecchio ripida poi si arriva su una sorta di altipiano che ricorda scenari da film western.

Poi il paesaggio si fa ancora montuoso o meglio roccioso e si scende fino a Ste. Enimie, paesino che sta sul fondo della valle.

La discesa è piuttosto ripida ci sono parecchie curve, con la moto carica non è proprio agevole.

A Ste. Enimie mi fermo per pranzo, cerco qualcosa che non conosco per provare sapori novi, mi portano quella che è sicuramente della trippa, ma di ovino non di bovino come usa da noi e arrotolata in piccolo involtini, si chiama tripoux, non è l’ideale in agosto ma non è male.

Qui acquisto anche gli unici souvenir di un viaggio fatto troppo in fretta per poter aver tempo di fare acquisti piacevoli.

Da questo paesino che è posto sul fondo della gola, sulle sponde del fiume Tarn che le da il nome, si può risalire per un strada che presumibilmente costeggia tutta la costa del canyon, passando anche per un belvedere detto Point Sublime da dove si godrebbe della miglior vista su tutto il complesso naturale.

Io però evito questo percorso perché mi porterebbe troppo fuoristrada e francamente la discesa a Ste. Enimie mi ha già affaticato.

Attraverso il ponte sul Tarn e prendo la strada che va verso sud in direzione Meyrueis.

Credevo di aver già avuto la mia razione di strade ripide, tornanti e strapiombi, ma non è finita.

La strada dal fondo della gola si inerpica in pochi km fino alle cime, incontro anche un belvedere dove c’è un piccolo bar da qui si può ammirare molto bene tutto il canyon, anche se non è il Point Sublime, mi fermo per scattare alcune foto.

Raggiunto l’altipiano devio verso est su una strada secondaria per Florac.

Stando alla mappa mi sembra il percorso migliore per rimettermi sulla strada per Nimes, tornado insomma sul mio itinerario.

Dapprima la strada corre sull’altipiano brullo in mezzo al nulla, incontro solo un campo volo per velivoli ultraleggeri.

Poi si comincia la discesa verso Florac, praticamente un parete di roccia percorsa da una strada a zig-zag, alcuni tratti visti dall’alto sembrano verticali.

Come se non bastasse la strada è in rifacimento e per gran parte il manto di asfalto è largo un metro o poco più, cosparso di ghiaia e terriccio.

Sarà una piccola impresa anche questa, scendo per lo più in folle a motore spento ma coi freni tirati, andando talmente piano da non poter nemmeno usare il freno motore.

È metà pomeriggio quando arrivo nell’abitato di Florac, da quì prendo la N106 per Nimes sono ancora tra ai monti e c’è qualche curva ma ora è piacevole e rilassante.

La stanchezza si fa sentire così faccio una breve sosta in un bar per una red bull, ma devo ripiegare su caffè ed acqua minerale.

Esco dalle montagne il paesaggio è ora è molto meno piacevole e fa decisamente più caldo, poco prima di Nimes mi fermo a fare il pieno sono deciso ad arrivare almeno a quella città per pernottare ed in ogni caso a fermarmi solo quando trovo un albergo di mio gusto.

Attraverso la periferia di Nimes, la trovo un po’ squallida, forse lo è, oppure sono io che traggo sempre quest’impressione dalle periferie, o forse è che sono abituato a paesaggi ben più idilliaci.

Appena fuori Nimes in direzione sud, trovo un albergo, fa parte di una grande catena, è all’interno di un parco chiuso e con molto verde, sembra fatto apposta per non far vedere agli ospiti la periferia che sta al di fuori.

Non è il mio ideale ed è un po’ caro ma per questa notte va più che bene del resto sono ormai le otto di sera.

La cena in un tale posto non è certo tipica ma internazionale, tuttavia gustosa, antipasto di salumi e a seguire costina di maiale alla salsa barbecue.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martedì scendo ancora verso sud, passo Arles ed entro in Camargue.

Un tratto di pianura ed acquitrini che scende fino al mare, forse abituato ai paesaggi della pianura padana dove vivo, la Camargue non mi sembra cosi eccezionale, nonostante il nome sia molto evocativo e celebrato.

La parte più a nord mi ricorda la Lomellina, o più in generale la pianura padana che però è immensamente più estesa.

Man mano che ci si avvicina al mare però il paesaggio si fa sempre più affascinante, acquitrini, zona paludose, cavalli selvaggi al pascolo, e perfino fenicotteri.

Vedo anche mandrie di piccoli torni neri che vengono allevati per le corride nelle arene di Nimes e Arles.

Quando mi fermo per fotografarli uno dei tori sembra non gradire, mi punta e raspa il terreno, c’è una recinzione ma non mi sembra molto solida, meglio allontanarsi.

Mi piacerebbe assistere ad una corrida, tanto più che il falso buonismo imperante nell’Europa di oggi rischia di far scomparire questa antico spettacolo.

Purtroppo non ne sono in programma a breve, sarà per un’altra volta.

Arrivo fino Saintes Marie de la Mer, la capitale della Camargue, ma non mi fermo, la giro un po’ in moto, non riesco ad arrivare in vista del mare in quanto nascosto da una banchina e non ho voglia di fermarmi.

Provo a fermarmi in un camping ma dispongono solo di posti non ombreggiati, così risalgo verso l’entroterra.

A Bac du Sauvage, nei pressi di un fiume, dove l’unico passaggio è costituito da un traghetto che imbarca persone, automezzi e cavalli, c’è un piccolo ristorantino all’aperto dove mi fermo per pranzo.

Prendo un tipico piatto della zona Boeuf a la Sauvage, uno stufato di toro accompagnato da riso bollito.

Il Toro qui è un prodotto tipico, ho visto tanti chioschi dove vendevano tra le altre cose salami di toro.

Risalgo verso Arles e Nimes dove svolto ad ovest in direzione del Pont du Gard, che vorrei visitare.

Trattasi di un antico acquedotto romano perfettamente conservato, ci arrivo, ma dalla strada non è visibile, non ho per nulla voglia di parcheggiare ed andare a piedi con questo caldo e con già mezza giornata abbondante di moto sulle spalle, per cui cerco una sistemazione in zona per poterlo visitare l’indomani con comodo e riposarmi un po’ del resto sono tre giorni che viaggio fermandomi solo per mangiare e dormire.

I due camping in zona sono pieni, sono stanco, accaldato e un po’ stufo, riprendo la strada verso ovest, senza un idea precisa su dove andare, penso perfino di fare una tirata e rientrare a Pavia o al limite in Italia.

Entro in Avignone ed è un incubo, traffico, semafori e 40° di temperatura.

Mi fermo in una stazione di servizio per fare rifornimento e mi scolo una red bull, consulto la cartina stradale e decido di cominciare col portarmi ad ovest in Provenza, durante il percorso penserò che fare.

Scendo a sud ovest passo Salon de Provence, poi ancora a ovest per Aix en Provence.

L’idea di abbandonare il mio itinerario e rientrare in Italia mi tenta complici la stanchezza ed il tedio, ma sarebbe davvero una tirata micidiale a quest’ora e poi mi saprebbe di sconfitta.

Visiterò le Gorges du Verdon come avevo in programma, a qualche tappa e visita ho rinunciato ma al programma di massima terrò fede.

Ad Aix en provence cambio autostrada, passo sulla A51 che porta verso nord.

Seguo le indicazioni fin dalla A8,ma queste mi fanno uscire e mi conducono fin nel centro di Aix, una cosa assurda e uno stress notevole, la viabilità in Francia non è delle migliori.

Tuttavia riesco a prendere la A51, sono circa le 19 quando esco dall’autostrada seguendo le indicazioni per il Canyon du Verdon.

Trovo un bel alberghetto a Vinon sur Verdon, ho viaggiato sotto ad un sole cocente per gran parte del giorno, quando mi vedo nello specchio quasi mi spavento, il naso e le guance sono rosse come un aragosta e il segno bianco degli occhiali da sole mi fa sembrare una maschera.

Quella sera ceno nel ristorante dell’Hotel, con escargot, davvero ottime anche se care, insalata e formaggio accompagnando il tutto con una bottiglia di rosè.

Dopo cena tiro tardi chiaccierando con una coppia di mezz’età, anche loro hanno una Moto Guzzi e parteciparono al raduno a Mandello del 75° anniversario.

Sono proprietari di un agriturismo lì vicino e mi invitano per una caffè l’indomani ma dovrò declinare per questioni di tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’indomani mi metto in marcia per le Gorges du Verdon, fa caldo e c’è molto traffico, a Riez, addirittura la circolazione scorre alternata nel centro del paese, così da creare una coda di qualche km.

Arrivo a Moustier Ste Marie e da qui mi dirigo verso La Palud Sur Verdon, percorrendo una delle due strade che fiancheggiano il Canyon, lo spettacolo è mozzafiato, a sinistra il fianco della montagna a destra il canyon.

Da un altezza che non stento a definire vertiginosa posso ammirare il Lac de Ste Croix ed il fiume Verdon.

Purtroppo raramente c’è modo di fermarsi per scattare fotografie.

Guardare in giù o anche solo sapere che sono a poca distanza da un tale strapiombo mi da un po’ di vertigine, per di più la strada ha molte curve e spesso a proteggere il dirupo c’è solo un basso parapetto, cosi guido molto piano cosa che tra l’altro mi permette di godermi meglio il panorama.

Le auto si accodano dietro di me, appena posso cerco di farle passare, qualcuno capisce e ringrazia, qualcun altro mi sta ad una spanna, suona il clacson o mi sorpassa protestando.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrivato a La Palud sur Verdon proseguo verso Castellane dove imbocco la Route Napoleon, così chiamata perché fu la strada percorsa da Napoleone Bonaparte nel marzo 1815, quando dopo aver lasciato l’esilio all’Isola d’Elba marciò coi suoi fedelissimi verso Parigi.

La Route Napoleon non affascina solo per il nome, la strada è molto bella, comoda, larga e ben tenuta, si dispiega sulle montagne tra Golfe Juan e Grenoble, attraverso molti passi alcuni al di sopra dei 1000 mt. è un continuo salire, scollinare, scendere e risalire, tra panorami notevoli

Io purtroppo con la moto carica ed un po’di stanchezza sulle spalle non me la gusto appieno, ma mi riprometto di rifarla un giorno o l’altro con più calma, magari abbindola ad un’altra visita al Canyon du Verdon.

L’idea è quella di essere a casa entro sera, devo muovermi e per pranzo mi accontento di un paio di baguettes in un chiosco lungo la strada.

Scendendo verso sud il tempo si fa più grigio, penso che se dovesse piovere viaggiare su questa strada tra i monti sarebbe poco piacevole per cui mi affretto.

Verso metà pomeriggio sono nei presi di Cannes dove dopo aver patito un po’ nel traffico della costa azzurra imbocco l’autostrada per l’Italia.

L’autostrada corre molto alta sulla costa, il tempo per lo più è buono e posso godere di panorami stupendi sul mare.

Faccio una sosta carburante proprio sopra a Monte Carlo, non mi piace per niente il Principato di Monaco, a causa della mondanità e della sfrenata ricchezza che evoca, ma il panorama che si gode da questa stazione di servizio è mozzafiato, la costa monegasca e poi il mare a perdita d’occhio fino a confondersi col cielo in un orizzonte indistinto.

Rimane poco da dire di questo viaggio, una veloce cavalcata ci circa 300 km fino a casa, penso che le foto di quel panorama possano essere la migliore conclusione.

 

Max “Free Biker” Pavia